CHI VIVRA’ VEDRA’
A metà degli anni ’30 l’aeronautica italiana era la migliore del mondo: le trasvolate oceaniche, il centro di Guidonia, i numerosi records avevano dato all’ “Arma azzurra” una dimensione quasi mitica, nel segno di una temibile dimostrazione di tecnologica perfezione.
L’accelerazione degli eventi succeduta alla sempre maggior aggressività della Germania, la guerra civile spagnola, la crisi etiopica ed infine la questione di Danzica indussero però nei cinque anni successivi le maggiori Potenze europee a riarmarsi, a migliorare le procedure di mobilitazione, a prepararsi sul piano industriale, tecnologico e morale in vista di quel conflitto “definitivo” che appariva ormai imminente.
L’Italia però non comprese il momento storico, o non volle comprenderlo, così, quando entrò in guerra, si vide subito che al di là delle manifestazioni di piazza, delle frasi roboanti, delle grandiose parate c’era ben poco e proprio l’ “Arma azzurra”, nonostante l’enorme coraggio dei piloti e la sua apparente imponenza, si dimostrò una tigre dai denti di carta: certo, le “inique sanzioni” per l’aggressione all’Etiopia erano state pesantissime, ma oltre a questo avevano contato soprattutto l’ignavia e la superficialità della nostra classe dirigente e la presenza di enormi conflitti d’interesse che spingevano, consapevolmente o meno, in direzioni diverse contrarie agli interessi nazionali. Ad aggravare le cose, poi, le miopi gelosie tra le diverse armi ed un’obsoleta struttura industriale, tecnologica e militare che assorbiva in modo delirante le poche risorse disponibili.
Il risultato fu che la Regia Aeronautica entrò in guerra con biplani come quelli del ’15-’18, a tettuccio aperto e senza carena, armati di due mitragliette, con una tangenza operativa che non superava i 6000 metri, una velocità massima che non raggiungeva i 400 km/h, costretti ad affrontare Spitfires ed Hurricanes, monoplani corazzati che salivano al doppio dell’altitudine, sfrecciavano a 600 km/h ed erano armati con quattro cannoncini ad alta cadenza di tiro.
I nostri piloti combattevano, certo, con perizia e con onore, spesso vincevano pure, ma in maggior parte venivano abbattuti come mosche, così come cadevano i nostri marinai, senza radar e senza portaerei, così come a maggior ragione si immolavano i nostri fanti, coi loro Mod.91 contro i mitra, con le “scatole di sardine” di 3 tonnellate contro gli Sherman di 30…
Sappiamo tutti com’è andata a finire: la nostra inferiorità ci portò ad un disastro che col senno di poi appare francamente inevitabile ed i ritardi accumulati sin dall’inizio non furono più recuperati successivamente, con le nostre città sotto le bombe e le sconfitte su tutti i campi di battaglia.
Perché ho parlato di questo? Quale attinenza ha un simile discorso con l’attuale situazione del nostro Milan, decisamente meno impegnativa e drammatica?
Be’, lo so, è un paragone ardito, probabilmente quasi irriguardoso, ma è da qualche giorno che ci penso, precisamente dal 31 gennaio scorso, passate le 19,00, e la partita di ieri sera mi ha confermato nelle mie convinzioni.
La verità è che siamo quasi alla vigilia del momento in cui anche il Milan dovrà capire cosa fare da grande, se continuare a vivacchiare come ha fatto negli ultimi cinque anni, contentandosi magari di competere per vincere nel solo ambito domestico, che solo ora sta faticosamente riprendendosi dopo lo tsunami di calciopoli (ma scommessopoli promette di essere devastante, forse anche di più), oppure provare a fare quello scatto, di orgoglio, economico, di programmazione che ci possa consentire con ragionevoli possibilità di aspirare nuovamente al trono europeo, come da imprimatur della Real Casa.
Il paragone con le vicende della Regia Aeronautica alla vigilia del secondo conflitto mondiale mi pare assolutamente calzante: siamo una squadra onusta di gloria ma ormai in gran parte vecchia e incerottata, mentre si approssima il fair play finanziario e contemporaneamente un nuovo mondo si apre di fronte al fin qui stagnante ambiente del calcio internazionale, un mondo fatto di squadre rampanti guidate da nuovi potentati economici; certo, non siamo la squadra più forte, non con questo Barcellona e con questo Real Madrid, ma credo non sia azzardato porci al terzo posto in un ideale podio europeo, forse alla pari col Bayern, e anche se sono d’accordo con chi ritiene che la nostra rosa sia talmente squilibrata che si possa allo stesso modo eliminare il Real come uscire con l’Apoel Nicosia è mia personalissima opinione che basti fare due o tre acquisti giusti per affrontare la prossima CL tra i favoriti.
Ma è la volontà vera di questa dirigenza? Si vogliono fare sul serio questi due, tre acquisti giusti?
Lo dico subito, sono ottimista, per tutt’una serie di considerazioni di cui magari parlerò in un’altra occasione, ma la lezione del caso Tevez deve servire da memento per Galliani e Super Silvio: perché dopo essersi sbilanciati così tanto, con le dichiarazioni, le foto, dopo aver pregiudicato l’esito di un derby, dopo tutto il lavoro che si è fatto per giungere ad un obiettivo, be’, quell’obiettivo VA COMUNQUE PRESO, a prescindere. A costo di rimetterci, magari con la riserva mentale di restituire il colpo alla prima occasione. A certi livelli c’è da fare un bilanciamento degli interessi in gioco e non è detto che un interesse meramente economico-contabile, per quanto grande, possa essere superiore ad uno di tipo mediatico-motivazionale oltre che tecnico, non almeno quando ci si è mossi così avanti da non poter tornare indietro (vero, Marina?)
Parliamoci chiaro: la cessione di Kakà, anche se dimostratasi a gioco lungo corretta sotto tutti i profili, è stata però condotta con una tale imperizia sul piano comunicativo da lasciare un segno profondo nella fiducia dei tifosi, un segno di cui si colgono in pieno gli strascichi ancora oggi, nel tracollo degli abbonati allo stadio, nei gruppi nati allora su facebook e tuttora sempre sul chi va là, nella facilità con cui moltissimi tifosi cedono allo sconforto alle prime avversità.
Bisognerebbe che qualche volta si tenesse conto di questo, nel modo di condurre le cose da parte dei pur validissimi Galliani, Braida e compagnia, perché il calcio è impresa, certo, ma per il semplice tifoso resta più che altro un grande sogno. Soprattutto ora, in piena crisi economica e morale.
Una cosa però è certa: su un crinale scivolosissimo e molto sottile, tallonati per ora da una mezza dozzina di competitori, stiamo inseguendo abbastanza da lontano le due grandi spagnole; abbiamo attrezzature anche modernissime, al top della categoria, ma altre in verità sono più usurate o semplicemente meno adeguate, e disponiamo pure di mezzi una volta eccezionali che però ora come ora sembrano giunti al termine della vita utile operativa. Al culmine di questo crinale però c’è una stazione di rifornimento che ci offre la possibilità di acquisire nuove forze, atte non solo a farci superare l’ostacolo ma addirittura a raggiungere e superare i due che ci stanno davanti: possiamo decidere di sfruttare questa possibilità oppure no, ma dobbiamo essere ben consci in quest’ultimo caso che oltre agli avversari che ci seguono ora dappresso ce ne sono altri, l’Anzhi, il PSG, il City, in Italia la rinata Juve, la Roma, persino il Napoli e forse anche il Palermo se sono vere le notizie sugli sceicchi pronti ad entrare nella società, pronti a sfruttare ogni possibilità per saltarci addosso e mangiarci vivi. E dopo di loro ce ne saranno altri, ed altri ancora.
Ecco perché a giugno si capirà se è nostra intenzione quella di ritornare ad essere grandi oppure se dobbiamo rassegnarci ad un destino di piccolo cabotaggio in un calcio minore, come sarebbe destinato a diventare il calcio italiano se si ostinasse a non rinnovare le sue pecche regolamentari (vincoli burocratici e legislativi), strutturali (stadi) e di mentalità (presidenti, allenatori, tifosi). Basta saperlo e regolarsi di conseguenza. Dicendo però la verità ai tifosi.
Chi vivrà vedrà
Yoghi
E’ cosi’, ma c’è una spiegazione…
Ricordate l’inizio del campionato? Eravamo nella stessa situazione.
Poi ricordate la rimonta fatta sulla Juventus? Col nostro strapotere? Con l’impresa sfiorata a San Siro contro i Marziani del Barcellona? Quello è il vero Milan, non questo.
E’ vero, il gioco stenta a decollare, ok. Ma giocatori come Aquilani, Boateng e lo stesso Pato, sono vitali per questa squadra.
Ricordate che impresa a Lecce? Quello era il Milan, un Abate super, che seppur con i suoi limiti si è dimostrata una risorsa importante.
Chiaro, ora come ora, non ci resta che sperare di recuperare al più presto i nostri, e tentare una clamorosa rimonta.
Nella mia vita non ho mai assistito ad un Milan che vince due scudetti di fila, e anzi, ho una specie di complesso di inferiorità nei confronti della Juve, forse perchè quando il mio amore per la squadra è entrato nel vivo i bianconeri “dominavano”.
Io continuo a pensare che in senso assoluto siamo più forti noi, e continuo a sperarci.
Stanotte riflettendoci serenamente sono giunto alla conclusione che basta solo una vittoria, magari in quel di Udine per rilanciare la squadra.
Forza Milan, sempre e comunque con te, noi possiamo essere l’ossigeno e l’energia che manca alla squadra in questo periodo nero.
Sempre con voi ragazzi, nella buona e nella cattiva sorte
Giovanni
42.782667
11.188463